13.7.07

Amarare

Sorvolare la Cambogia di notte è come sorvolare il mare, una distesa nera, compatta, un mostro silenzioso e sonnolento che sul suo dorso riflette il cielo pieno di miriadi di stelle lontane. Il mare mentre dorme si illumina dell'immenso che lo sovrasta, ma da buon cambogiano non riesce a comprenderlo. E allora meglio dormire. Chiudere gli occhi e non pensare.
Arrivare a Siem Reap di notte è come ammarare, testa tra le gambe e dita incrociate, ultime preghiere e conati di vomito. E allora meglio annegare. Chiudere gli occhi e non pensare.

L'aria è calda ed il vento fischia ancora forte tra le palme, ha piovuto tanto questo pomeriggio, me lo testimoniano le due persone in divisa di progetto che mi accolgono sull'attenti al di là della porta a vetri nonchè le strade allagate, le risaie allagate, le case allagate, le bici e le moto che procedono a spinta con le ruote sommerse, i loro padroni che mentre li schizzi passando in pick up ti sorridono. E allora meglio sorridere. Chiudere gli occhi e non pensare.

Tutto lo strano, l'esotico che mi circonda, quello che lascia senza fiato tutti i turisti e stimola la vena fotografica di koreani e giapponesi, mi sembra ormai più che normale. Le mie foto scarseggiano, le mie emozioni anche.
Incomincio a vedere tutto non più per la prima volta, tutto è solo come l'anno scorso. Al mare. Col pattino. Tutto è niente perché come l'anno scorso, tutto è mare, tutto è pattino. Tutto è solo. E allora meglio dormire. Chiudere gli occhi e non pensare.

Sabay e Lily, il mio cane ed il mio gatto, mi accolgono festosi, porto Sabay fuori e lui mugola ancora dalla gioia, mugolo anche io mentre riprendo contatto con la fanghiglia e con il vicinato: gente forte, a bere. E allora meglio bere. Chiudere gli occhi e non pensare.

I compromessi ammucchiati alla svelta sotto al tappeto prima della partenza si sono riprodotti come i Lemmings durante la mia assenza e mi aspettano al varco, o per meglio dire sulla soglia di casa: meglio fare il giro lungo con Sabay stavolta.

Lavorare diventa ogni giorno più faticoso, la mia testa lavora sodo per non perdersi, per non mollare, per non lasciar affondare questa barca lasciata andare alla deriva su cui è stato messo un capitano spaventapasseri fatto di stracci. E allora meglio schiantarsi. Chiudere gli occhi e non pensare.

Avanti tutta! Poppa quella prua! Spinna l'oblò! Cazza la bolina sottocoperta! E passa lo straccio nella cabina del capitano che ha appena vomitato..

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A Roma ho trovato tanti amichi.
Tante persone mi vogliono bene e mi apprezzano.
Tante persone seguono il blog.
Bene.
Alcune persone stanno fisse a terra, arenate.
Alcune persone stanno fisse sulle nuvole, aquiloni.
Alcune persone si trovano nel mezzo, come farfalle in una ragnatela. E sospirano affannosamente.
Bene?
Alcune persone hanno preso la retta via.
Alcune persone hanno preso la via sbagliata.
Alcune persone hanno preso la via della vita.
Bene.
Si parla di matrimoni e figli, a volte di morti premature.
Si parlava di 18 anni e lauree, a volte di nascite premature.
È il tapis roulant della vita, se stai fermo vai comunque avanti (cito mio padre). Perché ti portano avanti (cito me).
Bene?
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Me la caverò qui in Cambogia, sono pochi mesi e voglio completare quello che ho incominciato, un progetto che non interessa a nessuno ma che è strumento per ottenere altre cose, principalmente soldi. E allora anche io ne faccio strumento:
- metto grano nel fienile per la prossima avventura sudamericana
- faccio curriculum, esperienza sul campo e su carta
- mi testo in 1000 ruoli diversi, ora addirittura accountant/administrator, oltre che lider máximo
Più vado avanti e più vedo che quello che posso vendere di me sono proprio io. È la cosa che mi riesce meglio, essere mutevole. Mettetemi da qualche parte a fare qualcosa e io faccio e sto, sette e mezzo.
Studio la vita, capisco la gente, miglioro me stesso, vado istintivamente verso il bene: investite su di me!
Sono il il golden boy. E brillo, forse ubriaco. Così mi insegnò il Jedi.
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Ultimamente qui in Cambogietta e lì a Rometta mi sono ritrovato a dover commentare situazioni, fatti accaduti, decisioni da prendere, nemmeno fossi il Terzani de noantri o l'indovino che gli disse o il Mastro Titta della situazione.
Attraverso le risposte date ho scoperto di essere in possesso di valori sani e totalmente lontani da quelli che mi sostenevano un tempo.. E mi sta bene così! Sono venito fuori come i funghi che ho sulla pelle, però Benigni. O casellante, alza questa sbarra che devo andare verso il bene!
Per me è stato sconvolgente.. Sono riuscito addirittura a consigliare a persone di non tradire (e, ovviamente, da cane sciolto, andava tutto proprio a mio discapito)! E pensare che più della metà delle ragazze intervenute sotto Giordano Bruno Giordano........ per non dire tutte
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Tanto per concludere questo ottantesimo post, ora che mi sono finito la mia bottiglia di vino: Luca sta cambiando pelle, e forse anche palle.
Che sarà della mia vita, chi lo sa.
Molta confusione, sarà perché vi amo.
*L*

28.6.07

Bruno Giordano Bruno

Bruno Giordano, nato a Roma il 13 agosto 1956, è stato un calciatore italiano che ha militato per lungo tempo nella Lazio. Attualmente è allenatore di calcio.
Venne scoperto all'età di 13 anni da un ex giocatore della Lazio che lo portò alla Lazio. Nei ruoli di ala destra o mezza punta vinse il campionato italiano Primavera nel 1975, in squadra con Andrea Agostinelli, Lionello Manfredonia, Stefano Di Chiara e altri talenti.


Giordano entrò ufficialmente in scena dal 5 ottobre 1975, con l'esordio in serie A. Quel giorno, proprio su passaggio di Giorgio Chinaglia, a "Marassi" contro la Sampdoria, segnò il gol della vittoria. E Tommaso Maestrelli gli affidò l'anno successivo la maglia numero 9, proprio quella di Chinaglia, emigrato ai New York Cosmos.
L'inizio folgorante lo portò a esordire in Nazionale il 5 dicembre 1978, in tandem con Paolo Rossi, entrando al posto di Francesco Graziani contro la Spagna, ma la sua carriera venne macchiata dallo scandalo del calcio scommesse che scoppiò il 23 marzo 1980 con l'arresto a Pescara, a fine partita, di Bruno Giordano, Giuseppe Wilson, Lionello Manfredonia e Massimo Cacciatori. Lo scandalo scommesse portò alla retrocessione della Lazio in serie B. Condannato a 3 anni e 6 mesi, e graziato in seguito alla vittoria azzurra del Mundial, Giordano rientrò in squadra in occasione del campionato 1982-83, e con i suoi gol trascinò la squadra in A.
Nel 1983, con il ritorno di Chinaglia da presidente della Lazio, Giordano iniziò ad avere con lui dei problemi personali, accentuati da un grave infortunio (rottura di tibia e perone), contribuendo comunque in modo decisivo alla salvezza, colta all'ultima giornata nella trasferta di Pisa.
Fu ceduto nell'estate del 1984 alla Juventus, ma il trasferimento saltò. Alla fine della stagione 1984-85, la Lazio con lui in campo, oltre a Michael Laudrup, Manfredonia e Joao Batista, retrocesse in serie B (ultimo posto condiviso con la Cremonese). Giordano fu allora accusato di scarso impegno e dolce vita e Chinaglia colse l'occasione per cederlo al Napoli per la cifra di oltre 5 miliardi di lire.
In dieci anni di carriera in biancoceleste (203 partite e 86 gol in campionato) vinse la classifica cannonieri di serie A nel 1978-79 e quella di serie B nel 1982-83.Nella Nazionale under 21 di Azeglio Vicini vantò sedici presenze e otto gol. Tredici invece le chiamate tra i selezionati di Enzo Bearzot, con un gol.

La sua carriera continuò nel Napoli di Diego Armando Maradona, col quale vinse uno scudetto, nel Bologna e nell'Ascoli, dove segnò il suo 100 esimo gol in serie A. E proprio in una partita fra Ascoli e Lazio, ultima giornata del campionato 1988-89, Giordano sbagliò (si disse appositamente) un gol fatto che avrebbe significato uno spareggio per non retrocedere in serie B. Lasciato il calcio, giocò una stagione nel calcio a 5 col Torrino di Roma e in seguito vinse 3 campionati con la squadra Lazio Master calcio a 5.















Allora ci vediamo sabato 30 giugno a Campo de' Fiori,
sotto la statua di Giordano, Bruno Giordano.


*L*

24.5.07

Compro Miso

Compro miso. Lo voglio, lo compro. Pago, pretendo.
Taaaac.
Lo compro sul serio, sono serio, datemi del miso per farci la zuppa, non posso più fare a meno di quell'intruglio a base di Giappone che solo i giapponesi riescono a rendere così speciale. Non c'è dentro niente eppure ad assaggiarlo si sente di tutto, anche il mare.Sapore di sale (per tutti). Sapore di Sauli (per pochi).

Quanti compromessi nella vita, quanti in questo periodo per chi vi scrive. È tutto un pantinismo, è tutto un pantinismo zozzo fracico lurido, come recita magistralmente Recycle in "Er cane der vicino". E basta!
(So che qui Furbetto Mc riderà... onore a te, re del quartierino!)
(So che qui Roscio riderà... ma che te ridi! Disonore a te, e Roscio tuo!)

Assenza dovuta a caos, interno ed esterno, caos dovuto ai compromessi, ai mal di testa dovuti a domande esistenziali dovute a me che non riesco a starmene in pace senza questionare. Caos, caso, csoa, cosa casso coso da questo flusso di pensieri. Niente. Il vuoto, il pieno senso della sconfitta, il gusto pieno della vita. La confusione che rende l'uomo vivo e l'uomo morto confuso da quel baffone del Grande Fratello.Retorica pura, quindi. È un cane che si morde la coda, è una coda che si suicida nella bocca del cane incapace ormai di scodinzolare se non come impongono Dobermann&Greyhound.
"Il suicidio come drammatica scelta di vita, di libertà", se la dicevi all'interrogazione sul Decadentismo prendevi 7, denotava maturità. Se la dici ora ti tirano le pietre, denota immaturità.
"Comunque troppo facile suicidarsi, meglio vedere come va a finire, no?". Ricevo un bel 4 e mezzo e me ne vado a posto.
(Ma che te ridi, Ro'? Riso, risata, qui non c'è niente da ridere.)
Allora l'eremitismo! L'ascesi, l'ascella che rimane pelosa e putrida tanto tatto e olfatto son tutt'uno nel contatto con l'ultraterreno. Assonanze, ridondanze. Come si esce da qui? Scusi, uscita ululí?
Alza il vetro di protezione e spingi il bottone rosso.
Bim! Bum! Bam!
Il senso della vita, ecco. C'hanno fatto un programma tv.
Quanti compromessi, ecco. Ci faranno un programma tv.
Ecco! Allora la vita è compromesso, ma quanti compromessi si possono accettare di fare nel corso di una vita, e a che prezzo. La corda si spezza? Ma quando? E se uno inizia a saltarla per non inciampare, come si vive poi? Meglio? Peggio? Meglio di che? Peggio di così?
Ma la verità esiste? E la realtà?
Soggettivo/Oggettivo.
Soggetto pensante/Oggetto nelle mani di qualcun'altro.
Pesce grande/Pesce Piccolo. Io ce l'ho piccolo.

(So che qui Furbetto Mc riderà... onore a te, re del quartierino!)
(So che qui Roscio riderà... ma che te ridi! Roscio tuo!)
Chi sono io, cosa voglio, dove vado, da dove vengo. Domande da filofolo, domande che perdono di valore quando si accettano troppi compromessi. Come rimanere integri, integrali, fragranti? Come sopravvivere ai continui attacchi della vita? Il mondo ci spezzetta, ci ha reso così teneri (molli) che ci taglia con un grissino. Pinna gialla, bandiera rossa ma mia nonna l'ha sbiancata, senza strap.
Bianca. Scusi, uscita ululì? Ma chi ce l'ha quella bona?

(So che qui Furbetto Mc riderà... onore a te, re del quartierino!)
(So che qui Roscio riderà... ma che te ridi! Roscio tuo!)
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Ultimamente accumulo potere, accatasto qualifiche professionali su uno scaffale impolverato e esco fuori a fare sempre lo stesso sporco lavoro. Il potere è aumentato, è tangibile, si può misurare dal mio mazzo di chiavi: prima una, ora quando cammino mi manca solo di muggire per essere un manzo col campanaccio. Un bel manzo, ma che sta manzo.
Il potere, per averti dentro con lui, ti dà potere. Ti tira dentro il suo calderone, ti fa assaporare le sue prelibatezze come il pusher più smaliziato (o come il fornaio infame che punta gli areatori in strada.. bava alla bocca), lascia cadere un po' di briciole dal tavolo su cui banchetta e ti regala il lusso di vivere una vita agiata e non agitata. Paga, pretende. Taaac! Scusi, cassa ululì? Pago con carta platinum.

Ti piace, eh? Devi stare con me, però, essermi fedele, vendermi l'anima. Questo è il patto. Col diavolo.

Io ho potere, quindi ora possiedo:
1 villa.
2 uffici, forse 3. Sedie con schienali sempre più alti ed ergonomici.
1 assistente personale, 1 segretaria.
2 guardiani, 1 donna delle pulizie.
2 macchine; 1 moto enduro, 2 motorini. Benzina.
2 laptop e 1 desktop. Stampanti, scanner, macchinette digitali.
3 cellulari. Schede telefoniche.
Tv e cavo con 100 e più canali.
Wireless internet. Pennette hard disk. Card reader. Tamagochi.
Condizionatori, ventilatori, vibratori, water cooler, water heater, water warmer.
Fantozziano.

"Quello che possiedi ti possiede", diceva Tyler Durden. Sono posseduto quindi. Scusi, Esorciccio ululì?

Gestisco circa 40 persone che lavorano all'interno di 2 progetti di cui sono responsabile, budget totale di 800.000 dollari, coinvolgo beneficiari diretti ed indiretti, all'incirca 10.000 persone (cazzate di report ma comunque una cifra).
Passo dai maiali alla seta, dal general manager del Sofitel hotel (pasticcini compresi) al mutilato per le mine, vedovo/cieco/sordo/muto che ultimamente è diventato pure stitico.
Discuto di profondità di trivellazione per un borehole e di profondità del mercato cambogiano per le imprese sociali, di profondità dello sguardo di una vecchia e di profondità di intenti dei miei progetti. Profondo. Profondo sbadiglio.
La cooperazione allo sviluppo per i paesi del terzo mondo è stata voluta da quelli del primo. Già solo per questo tutto dovrebbe finire. Ma chi te la chiesto d'aiutarmi? Scusi, uscita ululì, e di corsa.
È tutta una questione di compromesso: senza il terzo mondo non esisterebbe il primo (e pure questo secondo tende al terzo), senza poveri non esisterebbero i ricchi. Per fare un albero ci vuole il seme. È tutto un pantinismo.

A tutti conviene investire nell'umanitario:
1. ai paesi ricchi per dimostrare alla comunità internazionale quanto spendono per il bene dell'umanità (questo contribuisce a definire il peso politico di uno stato) e per creare ulteriore dipendenza nei paesi poveri coinvolgendo le imprese nazionali nella penetrazione in profondità del mercato (e del culo) locale.
Es: i giapponesi con le loro organizzazioni di sviluppo tecnico si stanno succhiando tutta la Cambogia.
2. ai paesi poveri così il dittatore di turno si costruisce la terza villa con piscina.
Es: vedi Cambogia.
3. alle povere ONG che da contratto si prendono il 7% del budget per spese amministrative + un'altra considerevole fetta della torta tra ricevute, contratti, salari ritoccati o semplicemente inesistenti. Ci sono ONG che nemmeno li fanno i progetti per cui sono pagate, si limitano a fare report dettagliati al finanziatore istituzionale e a ungere qualche mano, ma solo qualcuna.
Es: vi ricordate le 2 Simone rapite in Iraq? Beh, la ONG Un Ponte Per è sotto inchiesta per i fondi (troppo grossolanamente) intascati e chiuderà a breve.

È tutta una questione di forma, quindi, nessuno si cura del contenuto perché conviene a tutti essere protetti dalla stessa corazza. Un tacito accordo. Un compromesso. Verità/Realtà.
Il primo mondo vuole avere la verità, vedere le mosche sul bambino in Africa, la pancia gonfia, ma solo in tv. Te li dà i soldi, lui (lui è una brava persona), te li dà per stargli lontano. Compromesso con se stesso. Sollievo morale/pesantezza fisica, pancia piena/testa vuota.
Oltretutto il bambino è un modello e le foto sono state scattate in uno studio a Manhattan. Ma queste sono un'altro paio di maniche.. Ad averci le braccia!
Il sistema ha troppe falle e deve collassare su se stesso. Fine.
Il sistema appartiene ad un mondo che non esiste più ed è ora che si dia una svecchiata. Serve uno scossone perché i parassiti sono troppi e succhiano con sempre maggiore sfacciataggine, manca poco che anche l'uomo della strada che compra la spilletta dell'Unicef e la maglietta di Emergency venga illuminato e scopra la verità (che non significa che sia la realtà). Le masse fanno le rivoluzioni (e muoiono) per degli ideali che in fondo non conoscono, lottano per la verità (?) ben indirizzati da un gruppo di pochi (questi invece sopravvivono) che conoscono la realtà e sanno quali tasti toccare negli uomini dalle mille paure ma dalle mille risorse.
Il fine giustifica i mezzi. Compromesso.

Concludo nuovamente con Cacucci, stavolta "Ribelli!":
"La disinformazia, oggi più che mai, governa le menti e i cuori di molti, troppi, abitanti dei paesi "civilizzati", convincendoli che, comunque sia, le rivoluzioni finiscono sempre per divorare i propri figli, quindi ribellarsi è vano: l'orizzonte resta irraggiungibile, meglio sedersi ed aspettare la fine, immersi nello spavento senza fine delle nostre mille paure quotidiane, instillate a regola d'arte da coloro che temono di perdere osceni privilegi per colpa di chi, da qualche parte di questo strano pianeta, potrebbe ancora preferire il rischio di una fine spaventosa piuttosto che rinunciare a camminare eretto".
*L*

9.4.07

Exit Polli


Il governo cambogiano ha comunicato le proiezioni dei risultati delle elezioni comunali effettuate il primo aprile e ha voluto sottolineare che la loro attendibilità non è un pesce d'aprile.
Per avere i risultati definitivi si dovrà aspettare il prossimo mese (leeeeeeenti a contare, e poi fa caaaaaaldo...) ma nessuno dubita che i risultati saranno diversi da quelli annunciati oggi.

Nella provincia di Siem Reap ci sono 100 comuni. Precisi. Ecco i risultati:
CPP (Cambodian People's Party): 99 comuni
Sam Rainsy Party: 1 comune. Samrong, distretto di Soutnikum, quello dove lavoro io.
Andrò a trovare il sindaco.

*L*

31.3.07

Senti questa


Allora insomma praticamente ce sta uno, un pischello, romano de roma, figlio della lupa, tutt'apposto, è regolare, che a un certo punto se frulla il cervello e decide de lassa' mamma', l'aesse roma e il capitano, la pizza bianca calla e li supplì, le piazzette e li mille nasoni de Roma pe' andasse a fa' tipo missonario in Asia. Ah! Sì! Ah! L'hai capita? A-HA!
Insomma sta Madre Teresa de li poveri se ne va a finì in Camboggia. 'Ndo sta? Praticamente c'hai presente a Bolivia? Ecco, nun c'entra gnente. A-HA!
E invece l'hai sentito mai il Vietnamme? Ratatatatatata? Ecco, un po' più a sinistra. Tanto sempre cinesi so. Che secondo me ce mettono li vermi veri dentro a quei piatti che se magnano loro. Zozzi. Che io a piazza Vittorio me sento 'no stragnero. Anvedi. E poi, tanto pe' la cronaca, Rutelli nun è il mio sindaco.

Ao', me segui? Aspetta che a la fine è 'na storia caruccia.

Inzomma sta Madre Teresa tradisce li fratelli de sempre (però nun'è n'infame fracico) e se ne va a lavorà in mezzo a li campi de riso, addirittura all'inizzio lavora pure aggratis pe st'associazione de mezzi preti, cioè che il direttore era prete e poi appena ha annusato.... beh, inzomma, m'hai capito no? Appena ha annusato a'.....A-HA!.....a cecia s'è bevuto er cervello e s'è spretato de botto. "A la facciaccia tua, papa Mazzinger", j'ha detto 'na vorta de dommenica a san pietro. A frate', hai capito sìcche robba? Matto fracico questo.

Inzomma dice, dico, dice.... che te stavo a di'? Ah, beh, 'sto ex prete mette su st'organizzazzione però co li preti ancora ce va a braccetto, che a la fine pure quelli ancora co la tonaca nun se mettono le mutande sotto. T'oo giuro! M'aa detto uno che pe'n periodo ha fatto er chirichello. Ao', nun so a te frate', ma quann'annavo in chiesa da regazzino tutto pettinato a me quell'incenzo m'ha sempre fatto. Secondo me quelli se lo fanno coretto. A-HA!

Allora inzomma questo prete-nun prete se fa d'incenzo e lavora co li preti, praticamente se fa da' li sòrdi da loro. Dice che scemo nun è, che co' tutto quello che mi nonna ja lassato a domennica 'n parocchia ce costruivano n'artra san pietero d'oro colato. Io invece quello mio de la commugnnone me lo so squajato pe' giocammelo ar picchetto. A-HA! Daje Roma!

Me sta a segui', more'? A 'n certo punto 'sta Madre Teresa de Testaccio scrive 'n proggetto pe'r capo suo prete ma quello je dice che pe' becca' er moneta tocca che er vescovo de la Camboggia je fa 'na raccomannazzione scritta. 'Sto cazzo de Vaticano! Ma tu ce sei mai stato dentro? Io 'na vorta ce so'nnato pe' comprà 'e supposte pe' Rochi, er cane mio, e mica me volevano fa passa' sti svizzeri zozzi fracichi. Tanto a cioccolata noi a Roma se la fumamo. A-HA!

Allora sto capo prete manna a 'sto pischello pe' imeil una lettera vecchia de sto vescovo e je dice che visto che se va un po' de prescia si lo pò farzificà. "Anvedi", je fa sto ragazzo (che poi a la fine è 'n bravo romano, preciso), "ma nun eri prete te?". Dice, je fa' "E che fai er frocio cor culo dell'artri?" A-HA! Dice "Ma nun famo prima a fajela firma' senza fa farzi? Metti che a li preti de Roma je sarta er grillo de chiamallo?".
Allora a la fine 'sto lupetto chiama er Vescovo. Questo è spagnolo e se chiama Enriche (o come se scrive, che poi 'sta lingua spagnola dice che è tanto uguale ar romano ma mica ce lo so poi) Figaredo. Tanto manco in Spagna li preti se mettono le mutande, solo che se dirà mutandas là.
Allora sto pischello ce inizia a parlà in spagnolo che lui se n'è annato a vive pure a Barcellona, st'infame.
Ma ce sei stato a Barcellona te? 'Na vorta ho messo 'a Smart sur traghetto e so annato a fa un po' de sgommate in terra nemica. 'Na sera co' Pamela, Vanessa, Puccio, Ivano e er Palletta semo annati a balla' a 'sta discoteca sur mare, che infatti se chiama MareMagnum. Me sa che ce sta de mezzo l'Algida, daje che avemo invaso pure la Spagna co la curtura nostra!
Insomma 'sta discoteca co' tutte pischelle, stragnere improfumate in minigonna, me sembrava de sta a l'Esquire a Roma. Mamma mia nun c'ho visto piu'.. Vanessa me stava addosso ma io me rimorchio una, in fondo prima de partì m'ero fatto 3 lampade da Franco e ero bello come er capitano. Questa era mezza ammericana, ma che ne so che lingua parlava (tanto nun bisogna parla', no? A-HA).
Stavo lillì pe' partije quanno ariva uno e me dà 'na spallata. Me giro e je chiedo si c'aveva probblemi co' me, che io ce mettevo poco a faje passa' a voja de ride. "Aspetta n'atimo, se tratta de poco" je faccio a la biondina, poi me giro verzo de quello e je vado sotto. Quello se caca sotto, nun è romano manco n' po', poi arivano e guardie e me buttano fori e me vojono menà, io so pronto, boia chi molla, ma a la fine ariva er Palletta che ce divide e se mette a parla'. "Ma che te parli, a Palle', stai sempre a chiacchiera'. A te te dovrebbero chiama' Pallette." A-HA.
Vabbè, in finale porto a casa un nulla de fatto ma grandi ricordi. A la fine bbellabbarcelllona.

Ao', te la sto a fa' troppo lunga, frate'? Daje che manca poco, tanto dovemo aspetta Enzo pe' anna' a prende li pezzi pe'r bolide, che lui conosce uno che cell'ha novi. Rubbati 100%! A-HA!

Allora 'sto vescovo riceve 'na bella leccata dar pischello, che je dice che è stato nella città sua anche se nun è vero, che j'era piaciuta la cattedrale (ma che ne sa qual'è, tanto ce ne sta una dovunque) e le viette strette e sporche della parte vecchia (a cazzaro!).
Je chiede se je po' manna' la lettera già scritta che lui doveva solo firma', lui accetta perché ormai er Madre Teresa der Quadraro se l'era infinocchiato alla grande.

Allora la mail der vescovo era l'abbreviazzione de nome e cognome, kike e figa chiocciola quarcosa. Ma che ne so, ma chi ce capisce de internet, vuvuvu, cicciccì e peppeppè. Io 'na vorta ce so annato e me so beccato 'n virus. Daje Viruz, il suono di Roma! È un grande sogno ipnotico, poroppoppò! C'era una volta un re, poroppoppò. Ma c'hai mai provato a giocà alla pleistescion sotto botta? A da vede Totti come lo faccio vola'!
Vabbè, pe' falla corta, pe' falla breve, me so dovuto anna' a chiama' Emmannuele, er regazzino der piano de sopra, pe' levallo sto viruz.

Inzomma dice che questo c'aveva l'imail kikefiga ma che poi l'aveva cambiata, che ora era solo kike, che figa l'aveva rimossa.
Allora ce lo sai er pischello amico nostro come je risponne?
"A vescovo, tanto già ce lo sapevo che avevi rimosso a figa!" A-HA! A' capito? Mortacci sua che matto fracico! 'A figa l'hai già rimossa' ar vescovo.. Matto! Romano!

Daje!

A frate', 'namose a fa 'n pezzo de pizza da Mario che 'a fa bona, va'. Tanto Enzo chissà quanno ariva.

*L*

28.3.07

Mi Consentano

Ieri sono capitato su questo link di Repubblica, si tratta di foto amatoriali scattate nel 1977: http://www.repubblica.it/flash/gallerie/2007/foto1977/index.html.
La Repubblica prende spunto dalla mostra fotografica di Roma che si chiama "FotoGrafia" (i creativi romani sono imbattibili..) che sembra ripercorra proprio quell'anno.
Belle foto, ho cercato invano di ritrovarci mio padre e mia madre, ma in fondo è come se ci fossero stati. Mi rivedo bambino, anche nel calore di quelle foto ingiallite, foto profumate, vive, con pezzetti di tabacco, foglie o granelli di sabbia a fargli compagnia dentro agli album di Luxumbra.

La due cavalli e i viaggi in tenda in turchia o afghanistan, i capelli scompigliati sopra ad enormi occhiali da sole, il tamburello, il nudismo, una carica irrefrenabile dentro. La pompa.

L'attivismo politico e gli ideali, le mobilitazioni di massa in strada e all'università, la lotta continua e quella di classe, le notti in cella, le manganellate. Potere al popolo, potere alla parola.

La democrazia, il comunismo, le superpotenze, i buoni, i cattivi.

Ne valeva la pena lottare.
Ne valeva la pena lottare?

Mi ritrovo nel 2007, a 30 anni di distanza, a sorridere amaro davanti a questa domanda, retorica.
Rido amaro prima di tutto perché 30 anni allora ce li ho pure io, e minchia se la cosa mi pesa. Poi perché, meno egoisticamente, quelle foto rivelano con chiarezza quanto la sconfitta degli ideali sia netta, cocente.
Ci hanno fatto neri, ci hanno fatto credere di fare la rivoluzione ed invece ci trovavamo dentro ad uno spot pubblicitario, come nel Truman Show. Era la realtà, la realtà quella vera, così vera che era anche senza conservanti e forse c'era già anche qualche bifidus, ma noi non lo sapevamo ancora. 0,1% di grassi e 100% di leggerezza, comunque.

Ecco, la leggerezza. Si era leggeri a quel tempo, si leggeva a quel tempo, si dubitava ma anche sui dubbi si aveva un limite. Si credeva ingenuamente che quello che valeva davvero era uguale per tutti. Non era possibile che qualcuno andando contro i propri interessi facesse i propri interessi. Ma come.

Il peso che abbiamo addosso, che ci portiamo da quando siamo nati, le libertà fisiche e mentali che nel corso del tempo ci siamo fatti sfilare da sotto al naso, che a volte ci siamo tolti da soli perché ci hanno fatto credere che fosse la cosa giusta da fare. Il masochismo cieco di chi vuole andare contro tutto e tutti.
Ce l'hanno messa in der posto, ma con tre piani di morbidezza. Una carezza, insomma. Già fatto?! Si chiedeva incredula quella ragazzina che non conosceva ancora la dolcezza di Pic Indolor (i creativi di un tempo sì che erano imbattibili..). Quella troia. Anche lei ci ha infinocchiato. Avrà l'età mia quella maledetta, se la incontrassi per strada forse la riconoscerei ancora, con quei dentoni. Forse la rincontrerò in qualche pubblicità di pannoloni (o dentiere) quando saremo entrambi sulla settantina. Ho comunque il sospetto che sia suo il morso sulla mela Mentadent.

Il Tg2 dice che il trend per la casa per il 2008 sarà la cucina ipertecnologica.Il Tg2 diceva che il trend per la casa per il 1977 sarebbe stato la cucina ipertecnologica.
Nessuna differenza, solo 30 anni e il fatto che al tempo c'erano anche dei giornalisti a lavorare nella redazione.

É stato proprio il movimento del '68 ad affossare le nostre già minime libertà e possibilità di evolverci. Il Grande Fratello si è divertito nell'ombra e (meno di) 30 anni dopo ha avuto anche la strafottenza di uscire allo scoperto e diventare di dominio pubblico, di farsi osannare da chi lo voleva distruggere.

Ritorna la DC, ritorna la libertà.

Questo discorso infinito non porta da nessuna parte se non al mio deretano, quindi chiudo questa parentesi e proseguo con altre ovvietà.

In Cambogia il 31 marzo si andrà alle urne per le elezioni comunali. Una settimana fa è iniziata la campagna elettorale del CPP (Cambodian People's Party... Ricorda qualcosa?!): un mare bianco e giallo (tutti con polo e cappellini del partito) fatto di motorini, carretti, macchine, camion zeppi di uomini, donne e bambini festanti si è riversato dalle campagne sulle strade per raccogliersi a Siem Reap. Un'invasione. Una campagna dalla campagna.Ogni sostenitore riceve un soldino, un piccolo rimborso per la benzina, l'uso del mezzo, o anche solo per i sorrisi e le urla. Non per la promessa di voto. No. Giuro. Ma su chi? Manolo, sta attento alle palle!

Il primo ministro (del CPP) è al potere dal 1993, quando ci sono state le prime elezioni "democratiche", che non vuol dire legali.
Il primo ministro è accusato di detenere a titolo personale le maggiori società che operano in Cambogia. Ad esempio, le reti televisive nazionali e il maggiore (per non dire unico) fornitore di carburante del Paese.
Il primo ministro è l'unico che decide i vincitori degli appalti per le grandi opere pubbliche.
Il primo ministro ha politicamente eliminato i suoi avversari, con l'avallo del re.
Il primo ministro fa battute di basso livello durante i comizi e canta al karaoke.
Il primo ministro ha una chioma folta e un sorriso smagliante, i due più importanti canoni di bellezza maschile in questo Paese.
Il primo ministro è presente su ogni tronco d'albero della Cambogia col suo bel faccione, e qui di alberi ce ne sono tanti.
Il primo ministro ha bassissima popolarità nelle città (Phnom Penh e Battambang) e molta nelle campagne.

Quando ho detto ad alcuni cambogiani che in Italia se si fa una foto col cellulare del voto espresso si beccano dei soldi (e abbastanza) la maggior parte è rimasta molto colpita, quasi inorridita. Non gli sembrava possibile che qualcuno rinunciasse a questo diritto inalienabile, agli ideali per cui si è tanto lottato, per un fine così basso. Ma come.

Uno invece mi ha detto: "interessante".

Gnam,

*L*

22.3.07

Un ano fa

Per non dimenticare il culo che mi sono fatto.
Per non dimenticare il culo che ho avuto.
Per non dimenticare il culo che ho mostrato.









*L*

25.2.07

Lacrime

oggi sono triste.
oggi ho pianto per i miei cari lontani.
mentre scrivo piango, ancora.
più scrivo e più piango.

concludo.

*L*
_____
quanto sei grande roma quann'è 'r tramonto
quanno l'arancia rosseggia ancora sui sette colli
e le finestre so' tanti occhi che te sembrano di'
quanto sei bella
_____






















Hardcore

Keep smiling





















*L*

14.2.07

Raid

Sabato scorso ho avuto la malsana idea di accetare l'invito di alcuni barang di andare a giocare a calcio il giorno seguente: appuntamento alle 7 di mattina per giocare alle 7.30, così il sole non picchia forte. "Precisione svizzera!", mi dico io. Mi sono anche comprato maglietta e pantaloncini, robba de classe, tanto per non sfigurare in mezzo a tutti quei simpatici animaletti griffati Liverpool, Chelsea ecc., con gli scarpini dai colori più sgargianti, che attirano ogni sorta di animale in periodo di accoppiamento.
Domenica mattina, ore 6.59: qualche inspiegabile reminiscenza di senso civile mi costringe ad aprire gli occhi e un altrettanto incomprensibile senso dell'autodistruzione mi induce ad uscire di casa di corsa, stressandomi per le persone che mi aspettano mentre volo in moto in mezzo a camion che trasportano terra, kuyon che trasportano terra, trattori che trasportano terra, bici che trasportano terra; cani che trasportano gatti, gatti che trasportano galli, galli che trasportano il loro ego, honda dream che trasportano maiali o 1000 polli stipati ovunque, toyota camry proventienti dalla Thailandia che trasportano maiali o 1000 polli occidentali, i turisti, stipati ovunque, bus di giapponesi e bus di coreani che trasportano minibus di giapponesi e minibus di coreani che trasportano minigiapponesi e minicoreani che trasportano minifotocamere e miniombrelli, e miniaggeggi dentro minimutande.

Ho lasciato la porta della mia stanza aperta.
Alle 7.30 sono l'unico giocatore in campo, il deserto cambogiano si dimostra ancora più inclemente poiché non mi offre alcun riparo dal sole. Solo. Sale, la rassegnazione: sono stato nuovamente fregato da questa mia piccola vita felice.Si gioca sotto il sole cocente quindi, l'italiano fa girare la palla, corre, offende e difende, svaria ma ad un certo punto svariona, si teme il collasso cardiaco. Alle 11 l'italiano dice basta, vuole acqua fresca e ritorna in un locale climatizzato a bere acqua frizzante da 1.5 dollari (più del salario giornaliero di un lavoratore che si spacca la schiena per 12 ore nelle costruzioni), caffè da 0.75 dollari (più del salario giornaliero che percepivano le ragazze del Silk Lab prima del mio arrivo), croissant da 0.60 (più del salario giornaliero che meriterei io quando scrivo post sul blog in orario lavorativo).

Ho lasciato la porta della mia stanza aperta.

Rifocillato, torno placidamente a casa. Sono soddisfatto della mia prestazione, ringrazio il mister che mi ha dato fiducia, i tifosi per il grande supporto, la mia famiglia senza di cui la quale poi io non nascevo gambione, ringrazio dio e la madonna di Ostuni per aver tenuto la bocca chiusa.

Ho lasciato la porta della mia stanza aperta.

Davanti al cancello, noto che qualcosa non torna.
"Starà risalendo il sonno" mi dico io.
"Sarà che il sudore negli occhi mi appalla la vista", mi dico io.
"Saranno tutte quelle, tutte quelle bollicine", mi dico io.
Circa 7 persone sono nel mio giardino: uomìni, bambini, vicini, motorini, animalini, caini.
Tutti ammirano estaticamente, dentro al mio giardino, un tizio, dentro al mio giardino, che spala mucchi di terra e li appiana. Dentro al mio giardino.

Ho lasciato la porta della mia stanza aperta.

Tante domande mi vengono in mente e anche la madonna di Ostuni è sul punto di parlare, quand'ecco che arriva la moglie del padrone di casa, dentro al mio giardino, col suo sorriso dorato (secondo me fa prima a lavarsi i denti col lucido per metalli), ad informarmi che finalmente stavano riempiendo il giardino di terra.
"Ma chi cazzo ve l'ha chiesto?" sbotta la madonna di Ostuni, e io dietro. "Ma soprattutto", e qui la precedo con destrezza, "perché la mia porta di casa è spalancata?". Voleva far circolare l'aria, mi dice lei.

Il cerchio si sta per chiudere, ripenso ai camion pieni di terra, ripenso ai galli ed al loro ego, forse pieno di terra anch'esso, solo mi sfugge ancora dove vanno a finire i miniaggeggi dei minituristi in scatola. Ci arrivo solo quando, nel riporre le scarpe vicino alla porta, noto che la comunità di zanzare che si era installata dentro alle mie scarpe, assalendomi ogni mattina quando volevo mettermele, non c'era più. "Allora sono nomadi", concludo io, e avverto di colpo un minidolore verso il fondoschiena.

Ho lasciato la porta della mia stanza aperta.

Entro in stanza, la mia stanza sempre chiusa ermeticamente per evitare intrusioni di qualsiasi animale che possa disturbare il mio dolce sonno, e me le ritrovo tutte lì felicemente a godersi la loro nuova vita a 5 stelle nel mio armadio, nei vestiti, tra le pieghe delle tende, nei cuscini... C'è chi ha preferito il bagno, per non avere troppa nostalgia di casa.

Inizio ad applaudire, se lo meritano, la loro migrazione comporterà tante migliorie al loro tenore di vita, mi immagino nuove roulotte, nuove roulette, nuove silouette da soubrette. Niente lamette, ormai si usa il rasoio elettrico..
Ovazione.
Tra le mani mi rimane una melma grigia, sono loro, o almeno un loro milionesimo. Voglio il bis, chiamo ancora gli attori in scena, loro si inchinano e muoiono, hanno imboccato La Cattiva Strada.
Ora il pubblico è in delirio, gli applausi aumentano di intensità e ritmo, piovono fiori pure dalla piccionaia e contemporaneamente piove morte sul mio freddo pavimento.
Ora gli artisti sembrano stanchi del calore sprigionato dal pubblico sudato, sudano anche loro, si sciolgono, i riflettori li friggono. È la tragedia, forse senechiana: accorrono sul palco anche i macchinisti e gli addetti alle luci, alla biglietteria e al catering.

Il pubblico è impazzito, è in preda di sé, escono sfoghi sulla pelle che bruciano e fanno sragionare.
Il pubblico collassa, la schiuma alla bocca, gli occhi rigirati.
Il pubblico trasloca, se ne va a dormire nell'unica stanza con ancora quella preziosissima aria viziata.

Il teatro, nomade per sua natura, ha vinto anche questa volta.
Sipario.

*L*

6.2.07

Mascherina

Il caos del silk lab, il cigolio delle macchine da cucire, il martellare di Pin il guardiano per appiattire le cornici (robba da ommini), il noioso sottofondo del generatore, lo starnazare confuso di queste 20 e piú piccole donne di cui ho deciso di assecondare la vita.
Sono qui da due settimane e ancora non ho un computer per poter lavorare: tempi cambogiani, mi si dice. Ritorno a carta e penna, ai mille foglietti sparsi nelle tasche e nella borsa, agli appuntamenti evidenziati in giallo e forse anche sottolineati in rosa, ma solo se davvero davvero importanti. Giuro. No incrociamenti. Ma su chi hai giurato?
Come un direttore d'orchestra, lascio che gli altri lavorino per me (non ditemi che davvero i musicisti lo seguono!) e cerco solo di rendere armonico il suono che esce dal trombone come quello che esce dall'oboe e dalla viola. Sono il capitano impazzito di una nave che affonda, un visionario col cappello mangiato dalle tarme che tutti seguono per fedeltá e per poca lungimiranza: si bada al pasto di oggi e, se c'è, sono solo sorrisi.
Qui nessuno capisce, tutti assecondano le follie del bianco, qualsiasi esse siano. Divento Kurtz, finalmente, bastone e carota, frusta e manganello. E le bombe a man. Detengo un potere assoluto, porto la parrucca coi riccioli e mi faccio il neo sulla metà della faccia impiastrata di cerone; infilo la mano nello spazio tra i bottoni, dei pantaloni, e faccio la fine di Muzio Scevola..
Le oche del Campidoglio, le galline in fuga, i pipistrelli del mio terrazzo.Come Batman vesto anche il mantello del supererode, slam! broom! klong! pum! sulle chiappe di Robin, voglioso masochista con la mascherina. Che ti nascondi a fare, Robin? Tanto lo so che sei tu! Ti riconoscerei tra 1000, sporcaccione..
Uno su mille ce la fa, non sarò di certo io a mettergli i bastoni fra le ruote, soprattutto se decide di andare a piedi. Targhe dispari, mi dirà.

*L*

24.1.07

Le vicende di Tigre&Pia

Gli è bastato uno sguardo. Imbarazzato per entrambi, la prima volta per Tigre, l'ultima delle tante per Pia.
Sono caduti l'uno nell'altro per qualche attimo, Tigre e Pia, i loro sguardi si sono scontrati, nel saliscendi delle vie di Sapa le loro strade hanno preso la stessa direzione, per sempre.

"Vado a vedere cosa c'è fuori da Hanoi, ho voglia di respirare" ha confidato Pia alle sue amiche, "ma non ditelo ai miei genitori!".



Dolce cerbiatto dell'alta borghesia vietnamita, appena diciottenne Pia si trovava scomoda in quel vestito che la società le aveva disegnato addosso: "devi essere così, devi fare cosà, è la regola se vuoi vivere qui" le ripetevano. Un futuro già scritto: le scuole migliori, i vestiti migliori, il marito migliore.. Una vita migliore.

Bella, con quelle sue lentiggini bianche da adolescente, ha sempre dovuto combattere contro eserciti di idee insormontabili per far uscire fuori la sua bandiera bianca di esuberanza, spensieratezza, innocenza.


Pia se ne va da sola tra le montagne di Sapa, al confine con la Cina, sorride a tutti fin dalla stazione di Hanoi, è felice, davvero, nemmeno si ricorda l'ultima volta che lo è stata. Nella notte sul treno non ha paura, vuole andare fino in fondo stavolta, vuole capire, capirsi. Un pensiero notturno vola verso la sorella, di un anno più grande ma con già due figli a cui badare. Nei suoi occhi una mite disperazione, come quella del purosangue ben nutrito ma tenuto imbrigliato al palo.

A Sapa l'aria è frizzante, Pia ne respira a pieni polmoni, ha il gusto unico della libertà, quella che fa rifiorire anche fuori stagione. Col suo zainone e le scarpe da trekking, Pia scende verso gli alberghi, vuole la vista sulle montagne e sul cielo stellato stanotte, se lo merita!


E' proprio in quel momento, dopo aver scattato qualche foto al mercato, che incontra il suo sguardo. E tutto crolla.

"Vado a comprarmi le sigarette in piazza!" aveva detto Tigre agli amici del gruppo prima di incamminarsi verso la salita, "voi andate pure avanti, io vi raggiungo". C'era un muro da costruire e Tigre lo sapeva, meglio tirarla un po' per le lunghe stavolta.. Proprio non gli andava quel giorno di lavorare, era il miglior muratore di Sapa nonché gran raccoglitore nelle risaie, in tutto quello che faceva ci metteva energia, amore, e tutto gli veniva bene, anzi meglio. Adorava camminare al sole e fumare, si arrotolava il pacchetto delle sigarette sotto la manica e si rimetteva a posto il ciuffo, quello che aveva mieututo vittime in tutto il distretto. Le ragazze lo sapevano che era un poco di buono, ma non sembravano ricordarsene quando lui passava e gli sorrideva alle feste del paese. Tigre non era andato a scuola e ne andava quasi fiero, una reputazione da numero uno da mantenere a tutti i costi, con quella stella gialla sul petto che metteva in riga tutti i possibili avversari.. E che carrozzeria.. E come competere?!



Sotto sotto Tigre sapeva che quella non era la verità, che quello non era lui, che la vita a Sapa era dura, infelice per tutti, indistintamente. Aveva bisogno di aria fresca, anche lui, era sicuro che l'avrebbe trovata in una grande città, ad Hanoi per esempio.

Pia era di spalle quando Tigre saliva la strada, lui aveva notato il suo zaino color fosforesente come la cultura che si portava dentro, immaginava che Pia fosse la solita turista americana, o magari cinese, di quelle perennemente insoddisfatte, di quelle che lo saranno sempre, fa parte del personaggio, il profilo di un test fatto su qualche settimanale in voga nella capitale.. Ma lì quella robaccia non arriva, lì si lavora sodo e si riga diritto: il rovescio, della medaglia, è che Tigre si era stufato di una vita che era già morte.

Pia si volta di colpo, tutto risplende nel suo candore, un sorriso emozionato per le vecchine al mercato, le trecce nell'aria ed i suoi occhi. Splash, e tutto crolla.

Pia sorride, Tigre balbetta, farfuglia un ciao, il ciuffo non sta più su, abbandona, si abbandona, anche lui è stanco di tenersi su da solo, vuole avere la possibilità di starsene giù: il diritto del rovescio..

"Sono Pia, sarò qui per qualche giorno..". Il battito si ferma, il sangue pulsa controcorrente, il sudore freddo, la testa che ribolle. I compromessi con cui Tigre aveva sempre convissuto si sciolgono come la neve di Sapa al sole di Hanoi.

Tigre oggi non andrà a lavorare.

Da qui è solo amore, puro, due persone che si uniscono nella semplicità, al diavolo il nostro passato, ricominciamo da qui.

Sono passeggiate tra le montagne,


tra le risaie e le risate,

sono piccoli gesti d'amore per loro stessi


e per le persone che dolcemente accettano il loro idillio;



sono gelosie strabordanti, per le femmine



e gli uomini
che cercano di frapporsi alla loro felicità.

Pia è in cima alla vetta,


lo strapiombo non le fa più paura,

ora è davvero pronta a guidare la sua vita,



con lui al suo fianco.

Tigre&Pia, come vorrei fosse la vita mia.

*L*